Vulvantology
LA SFIDA
monologo per una giovane bellafica
Ricordi cosa ho detto la prima volta che mi hai fatto guardare e godere il tuo “tesoro”? “Hai un cazzo straordinario!”, ho detto. E mi hai fatto pensare che tutti i cazzi dovrebbero essere come il tuo. Per la gioia degli occhi e il piacere della fica di ogni donna. Non ti ho detto, ma l’ho pensato, che, se io fossi un uomo e avessi un cazzo come il tuo, me lo farei accarezzare e inficare da più donne possibili. Arrogante, prepotente, invadente, imponente, agitato, maleducato, pericoloso e maledettamente altero. Il cazzo che ho sempre desiderato è proprio come il tuo. Quando ci penso, desidero sentirmelo su tutto il corpo e dentro ognuno dei miei buchi. Ti ho visto e ti ho voluto, non curandomi affatto degli altri uomini presenti al nostro incontro. Ho usato alcune persone per creare la situazione favorevole e, appena mi è stato possibile, ti ho fatto capire che ci stavo. E tu hai capito e ti sei fatto assaggiare. Che pelle la tua! Assomiglia al velluto e si è rivelata affine alla mia. Si sono riconosciute subito affini le nostre pelli, e ci hanno regalato subito brividi di piacere indicibile. Abbiamo goduto l’uno dell’altra e viceversa, senza ritegno. Affannosamente, a cominciare dalla prima scopata. Ci siamo ingoiati, fusi, sbattuti fino allo sfinimento. Ti ho esplorato ovunque con la mia lingua infuocata. Ti ho fatto esplodere più volte nella mia bocca vorace. Ti ho fatto gridare e tu hai fatto gridare me: come non avevo mai gridato prima. Avrei continuato a sbatterti e farmi sbattere per lungo tempo, ma tu hai cominciato a fare confusione. Hai smarrito il senso dei nostri incontri. Hai cominciato a pensare al nostro rapporto come a una sfida. Ignorando che, quando si tratta di sfide, la vincitrice sono io. Infatti ho vinto io. Convinto di aver lasciato un segno indelebile, e sicuro di possedere una carica erotica inesauribile e irresistibile, hai cominciato a fare il prezioso: hai cominciato a scegliere quando e dove concedermi il tuo cazzo. Supponendomi sempre pronta a farmi sbattere da te ovunque. E hai sbagliato. Trovare un sostituto non è stato difficile. Il duello lo hai perso quando ti ho detto: “Io non ho tempo da perdere con te, e con te ne ho perso già abbastanza. Devo essere scopata quando ne ho voglia, tutte le volte che ne ho voglia e dove voglio”. Ti ho paralizzato. Non hai saputo parare il colpo. Quanto sarebbe stato bello continuare a sbatterci, senza vincitore né vinta, e viceversa, non lo saprai mai. Né saprai mai com’è il godere da morire di una donna che sa anche farsi sbattere… quando si fa scopare.
INFICATA CON DESTREZZA
monologo per teatro da camera
protagonista una giovane ficofora
Me l’hai rubata con destrezza la fica. Questa è la verità. Ripensandoci (fortunatamente non mi accade spesso!) mi è dispiaciuto molto averla lasciata incustodita quella sera d’estate, favorendoti nel momento del furto, perché ubriaca. Frastornata da alcuni disturbi mentali, ti ho lasciato entrare nella mia fica ingenuamente, dopo averti fatto entrare nel mio mondo e nella mia intimità “come un fratello”. Ricordi? Ti ho detto “come un fratello” anche poco prima che tu consumassi il reato. Ma non è servito a scoraggiarti. Quella sera non fui affatto seducente. Con te, poi…! Lo fui meno che con chiunque altro…con te. Lontano, come sei, anniluce dal mio ideale. Ma tu avevi deciso di ottenere il trofeo della serata: la mia fica. Sono certa che, quasi subito, hai relazionato il fatto ai tuoi amici più in confidenza: come un trionfatore. Per farti invidiare! Poiché hanno desiderato scoparmi tutti gli uomini presenti, quella sera. Ciò che non avrai precisato, durante la relazione, però, ne sono certa, è la durata della tua eroica azione: maldestramente eseguita e conclusa in pochi secondi (fortunatamente per me!). Quando ho capito di avere il tuo cazzo dentro la mia fica, ti ho respinto e mi hai sborrato addosso. Me l’hai rubata con destrezza la fica. Complimenti! Devo riconoscere che hai saputo giocare al momento giusto le uniche carte che hai avuto casualmente in regalo dalla fortuna. Favorito dal fatto che ero ubriaca e disturbata mentalmente da alcune spiacevolezze. Ancora oggi (è passato oramai tanto tempo!) ti compiaci, forse, per aver avuto vinta facilmente una partita che tu sai d’avere giocato da solo. Sappi, comunque, che per me tu non sei neppure un numero, in quanto, nel conteggio degli uomini che mi hanno scopata, non sei stato né sarai mai sommato.
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“Bella mia, coprite il vostro cela”, le dissi.
“Cosa sarebbe il mio cela?”.
“Il vostro muci-muci”.
“Cos’è il mio muci-muci?”.
“Il vostro piccolo passatempo”.
“Cos’è il mio piccolo passatempo?”.
“E’ quello che ha perduto una moneta”.
“Chi è quello che ha perduto una moneta?”.
“E’ quello che guarda in basso”.
“Chi è quello che guarda in basso?”.
“E’ il vostro anellino di Hans Carvel”.
“Cos’è il mio anellino di Hans Carvel?”.
“E’ il vostro coso”.
“Cos’è il mio coso?”.
“E’ il vostro cunnus”.
“Cosa? Adesso lo dico alla signora madre”.
l cela è il sesso della donna e Beroald spiega perché: “Se mettete una mano sul davanti di una ragazzina, essa la respingerà all’istante dicendo “laissez cela”. Perché, dunque, la femmina respinge la mano che si avvicina al suo cela? Ma perché non è la mano che deve entrarvi”.
Dal libro “Moyen de parvenir” di Francois Beroald de Verville (1556 –1629)
Dal “De Amore”, libri tres di ANDREA CAPPELLANO (1150-1220)
Due amanti si contendono una dama che propone loro questa alternativa: “Io do a uno di voi la metà superiore della mia persona, all’altro la metà inferiore: scegliete”.
Uno dei due prende l’alto, l’altro il basso.
“Chi dei due ama nel modo migliore?”, chiede la dama.
“Chi ha preferito il sopra”, dice il nobilissimo barone.
“Niente affatto”, risponde la dama. “E’ dal basso che provengono tutti i piaceri che consolano gli uomini dei loro affanni; e non si avrebbe alcun piacere a guardare il sopra, se non si pensasse al sotto; altrimenti provereste lo stesso piacere contemplando la testa di un uomo e quella di una donna; oppure siete un eunuco, giacchè la causa dell’amore ha sede indubitabilmente nella parte sotto; e fuor di dubbio che si debba preferire la parte sotto, come più degna”.
IO SONO DIO
“Vuoi vedere i miei stracci?” mi disse.
Le mani artigliate al tavolo, mi voltai verso di lei. Seduta, teneva alta una gamba divaricata: per meglio aprir la fica, tirava la pelle con le mani. Così gli “stracci” di Edwarda mi guardarono, rosei e pelosi, pieni di vita come una piovra ripugnante. Balbettai piano.
“Perché fai questo?”.
“Vedi” disse “io sono DIO”.
(In “Madame Edwarda” di Georges Bataille)
stendi la tua mano, portala alla mia vulva!
(…)
Shamkhat denudò il suo seno, aprì le sue gambe
ed egli penetrò in lei.
Essa non lo respinse, lo abbracciò fortemente,
aprì le sue vesti ed egli giacque su di lei.
Essa donò a lui, l’uomo primordiale, l’arte della donna.,
ed egli saziò con lei le sue brame amorose.
Per sei giorni e sette notti Enkidu giacque con Shamkhat
e la possedette.
Dopo essersi saziato del suo fascino,
volse lo sguardo al suo bestiame:
…………………………………………………………………………….
Che fa la danza di Mahanaim
O principessa come i tuoi piedi
Sono belli nei loro sandali!
Le giunture delle tue cosce
Una mano d’artista le torniva
la tua vulva è un curvo alambicco
di odoroso liquore non è mai secca…
Più l’amore è duro come la morte,
il desiderio è spietato come il Sepolcro.
Dicimus -hum
Coite -hum
Coite, fricate -hum
Ejaculare -hum
Vulvam manibus tangite -hum
***
Vulneribus plena illi est vagina,
vulneribus plena pusillis illi est vagina,
vulneribus effecta illi vagina.
Colat percolatque,
Et ego bibo, ardea rupium.
(Versioni latine di A.M.Di Nola)
sono le fanciulle sedicenni
ma tra le gambe hanno: una spada
che uccide gli incauti
Non si vedono teste
cadere sotto la lama
perché essa lavora in segreto
succhiando il midollo degli uomini
(dal romanzo “Ching P’ing Mei”)
E la schiava, prostrata, mormora a voce bassissima: “E’ spaventosa. E’ la faccia della Medusa”.
(…)
Il basso ventre delle ragazze rivela solo alla lunga un carattere di abisso. Non sarebbe un abisso se fosse disponibile senza fine, rimanendo uguale a se stesso, per sempre bello, per sempre denudato dal desiderio, e se, da parte mia, avessi delle forze inesauribili.
(…)
Quel che ci affascina (della vulva) è vertiginoso: il dolciastro, le pieghe, la cloaca hanno la stessa essenza, illusoria, del vuoto di un precipizio in cui si stia per cadere
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