VULVANNOTAZIONI
La carica simbolica del sesso femminile è stata fatta esplodere con l’innesto di detonatori diversi, a cominciare dal “triangolo sottopubico” aurignaziano (paleolitico superiore) inciso nel calcare, oppure dalla prima vulva graffita dall’uomo abitatore di caverne. Così come non può essere frainteso il senso delle vulve che raffigurano le fuoriuscite terminali di tante grondaie (nomate “gargouilles”) sulle facciate delle cattedrali gotiche di Sens e di Saint-Etienne, come di alcune chiese di Villefranche-sur-Saone, dell’Isle-Adame, di Vézalay, di Conques, di Saint-Lo e di alcuni edifici laici francesi: tutte inequivocabili proiezioni delle inquietudini dell’epoca. C’è stato un tempo medioevale (o medioevaleggiante) durante il quale alle donne, accusate di stregoneria, è stata praticata la rasatura del pube per la messa a nudo e l’esplorazione della vulva: “locus segretissimus non scribendis nec nominandis”, considerato nascondiglio per amuleti magici et similia. Ogni escrescenza della pelle (o verruca), terminata la rasatura, è stata considerata in quel tempo “stigma diabolicum” o capezzolo per il maligno aduso a succhiarlo come ogni clitoride un po’ più grande e le labbra delle vulve di forma particolare Nel regno favoloso del Prete Gianni vi sono serpenti all’interno della vagina e animali selvaggi custodiscono altrove il suo ingresso. Nel poema epico indiano “Mahabharata”, attribuito al saggio Vyasa (II-III sec.), il sesso femminile ci risulta descritto in modo da suscitare spavento: “Il Dio del vento, la morte, le regioni infernali, la lama del rasoio, i terribili veleni, i serpenti e il fuoco. Tutte queste cose coabitano in armonia nelle donne”. In un testo indiano del 900 a. C. circa, “Jaiminiya Brahmana”, pag.161/163/I, si può leggere: Lingualunga era un demone femmina che aveva vagine su tutte le membra del corpo. Per sottometterla, il dio Indra – divinità guerriera antropomorfa del pantheon vedicaox, gran bevitore di “soma” e ghiotto di carne di toro - dotò suo nipote di peni su tutte le membra e lo mandò da lei. Non appena quello l’ebbe sedotta, rimase saldamente attaccato a lei; allora Indra corse da lei e la colpì con la sua folgore. Eros e Tanatos, la vita e la morte, la voluttà e il dolore, l’estasi e l’angoscia, il sublime e il volgare, hanno iconizzato e continuano a iconizzare, perciò, la vulva: sia nell’immaginario raffigurato che in quello scritto. Coronata dal pelo e a forma di mandorla. Caratterizzata con labbra simili a palpebre ipertrofiche che ad alcuni possono ricordare un occhio semichiuso. Medusizzata e descritta con parole di S. Freud che virgoletto: “…il genitale circondato da peli di un donna adulta, essenzialmente quello della madre, la cui visione suscita sgomento nell’adolescente”. L’immagine di Medusa è stata spiegata da numerosi studiosi come un sesso reso volto, una vulva resa faccia, un volto a forma di sesso, una faccia resa vagina, un sesso che si è umanizzato facendosi volto, con uno sguardo che strizza l’occhio, mentre fuori delle orbite gorgonesche fa sprofondare chi lo guarda in un abisso di mortificazione. Da gran tempo la vulva non è più simbolizzata dalla lumaca, come ci risulta in una lettera del pittore P. P. Rubens, indirizzata nel 1623 al “polimathés et letterato” Nicolas Peresc. Scrive il Rubens: ”Non riesco a immaginare perché gli Antichi assimilino la vulva alla lumaca, se non forse per l’ampiezza del guscio che è un ricettacolo molto profondo il quale si modifica in base al suo contenuto, o forse anche o perchè è un animale vischioso e umido le cui appendici viscide possono paragonarsi alla cresta che si erge da entrambi i lati della parte sessuale della donna quando è in calore”. La vulva metaforizzata, allegorizzata, emblematizzata, simbolizzata, è una vulva in maschera, alla quale è consentito di esporsi in luogo pubblico. Diversamente nomata è possibile citarla nelle conversazioni amichevoli. La metafora, l’allegoria, l’emblema, il simbolo, sono necessari (oserei scrivere indispensabili) in contesti sociali resi fobici da fondamentalismi ideologici o religiosi. Il bisogno di mascherare la parola “vulva” (fica) è un bisogno primario che deve essere soddisfatto là dove le condizioni ambientali lo impongono. Presso la tribù dei Fon nel Dahomey (Africa Occidentale), la madre massaggia dolcemente durante il bagno quotidiano il clitoride della figlia, fa cadere per circa dieci minuti un leggero getto d’acqua sulla vulva, tira le labbra della vulva e le accarezza il sedere. Questo procedimento che viene ripetuto finchè la bambina non compie quattro anni, ha lo scopo di impedire che successivamente la figlia non sviluppi alcun desiderio sessuale e quindi diventi frigida, restando senza figli, (p. 119, “Nudità e Vergogna” di Hans Peter Duerr). Che l’acqua di rose possa rinfrescare la “topina” delle donne, lo ha scritto M. E. Restif de la Bretone (1734 – 1806). Alcuni medici moderni hanno poi assicurato che con l’aggiunta di sostanze eteriche all’acqua del bagno a 38° (olio di rosmarino, soprattutto), è possibile provocare una irrorazione sanguigna del clitoride migliore sette volte quella di un bagno normale. Marcel Duchamp ha scritto (dopo averlo detto): ”Abbiamo solo il pisciatoio per femmina e di questa viviamo”. Qualcuno continua a considerarlo “motto” che assimila “la natura”, cioè il sesso femminile (la vulva) a una cloaca dinnanzi alla quale l’uomo afferma la sua virilità, esponendo e quindi sacralizzando in un museo il pisciatoio.
Sulle pareti delle grotte, come sull’intonaco dei muri esterni delle costruzioni moderne l’icona incisa della mandorla tagliata, circondata dai raggi come un sole – è stato scritto – non è affatto, per chi la disegna un motivo “astratto”: il vulvografo vi proietta l’inscrizione del proprio desiderio, offerto alla lettura degli altri che di sicuro non ne fraintendono il senso.
Una notizia scritta da Friedrich Spee von Langenfeld nella sua “Cautio criminalis” del 1630, riferisce che un aguzzino, durante l’operazione di una rasatura, si sarebbe talmente eccitato da violentare la strega rasata.
Nella iconografia medioevale vi sono raffigurazioni mostruose e terrorizzanti che ci testimoniano il “divieto di vedere”, inteso come divieto di guardare la vulva considerata organo per generare figli e non per godere voluttà: raffigurazioni che hanno avuto e continuano ad avere Autori Illustri. Emblematica, in proposito, la vagina dentata disegnata nel 1852 da Grandville per “Le filles de Minée” che La Fontane ha tratto dalle “Metamorfosi” di Ovidio.
Lingualunga è una cagna e resta attaccata a Indra durante il coito, come a volte accade ai cani; in questo caso, ciò segna la morte di lei, non quella di lui, ma chiaramente si tratta di una raffigurazione dell’eccesso, corrispondente alle sue vagine in sovrannumero, ognuna delle quali presumibilmente esige di essere soddisfatta.
E’ uno dei pochi casi in cui l’organo sessuale femminile infantile ci risulta stimolato da mani adulte come l’organo sessuale maschile a cominciare dalla nascita, considerando ciò pratica opportuna per la manifestazione di una soddisfacente capacità copulatoria appena in età adulta.
“Dopo un bagno del genere – si legge in “Sexualedizin” (1980) di H. E. Fritz – la donna è predisposta all’amore come dopo un tenero preludio, eppure le sensazioni del suo organo sessuale non sono ancora offuscate dalla palpazione”.
