DELLE VULVE ICONIZZATE IN VULVARIO
Le vulve webizzate nel sito Vulvario saranno sempre più numerose. Potranno essere visionate singolarmente, oppure in toto come icone memoriali e memorabili. Ognuna uguale a se stessa e diversa da ogni altra, reali e simulacri: a una, a due, a tre dimensioni. Dischiuse, aperte, spalancate, comode, scomode, reattive, passive, strette, larghe, glabre, pelose, polpute, smagrite, asciutte, bagnate, profonde, adolescenti, giovani, menopausate, comunque voluttuose, indomate da se stesse. Anche con inclusioni materiche “autre” sopra, dentro, fuori, attraverso (eventualmente!). *** La tua fica sia per me
Si tratta di vulve che nelle narrazioni del cinese Li Yu (1611-1681) sono grotte nelle quali è possibile praticare il gioco del vento e della luna, per procurare e procurarci l’indicibile piacere della nuvola che scoppia.
Una collezione di vulve delle quali Apollinaire (1880-1918) redivivo distinguerebbe i più sottili viticci del vello e li versificherebbe, decantandoli come quelli della sua Madeleine.
Si tratta di aperture attraverso le quali l’uomo s’introduce nei castelli della goduria panica che non fa incanutire prematuramente e dove è consentito ringiovanire durante più anni della nostra vita.
Sono icone della visualità laica contemporanea permeate di sacralità cattolica e contengono una carica simbolica la cui deflagrazione può rallegrare come fuoco d’artificio, oppure rattristare come ciò che causa di lutti e rovine.
“Ci si perde, ci si inabissa, ci si annienta nell’esaminare una vulva quando è graziosa, si vorrebbe non essere altro che un fallo per potersi fare inghiottire”, si può leggere in “Don Bougre, portiere dei certosini”, edito nel 1740:
Si tratta, perciò, anche di avallamenti coperti da rada erbetta o fitti cespugli.
Si tratta di labbra per il suono di strumenti lanceolati.
Si tratta di solchi tracciati tra cosce polpute nei quali è possibile seminare e far germogliare tanto yang.
Si tratta di crateri che possono eruttare copiosamente tanto yin.
Si tratta di panieri donneschi nei quali possiamo radunare tutta la nostra mascolinità.
Si tratta di ciò che rappresenta il segno YEH della scrittura cinese che simbolizza la “porta” e la “affermazione” dell’essere.
Si tratta di ciò che simbolizza la dea indiana Shakti, parte centrale del corpo femminile nomata jangana.
Si tratta di ciò che non subisce variazioni, per quanto riguarda forma e volume, nel corso della giornata, come accade invece agli organi corrispondenti maschili.
Krishna, a qualsiasi ora del giorno o della notte, vi ha introdotto eroicamente, vitanaturaldurante, la sua parte carnale (charnelle) senza badare all’età della portatrice: bambina, sposa, madre, nonna.
Rabelais (1494-1553) suggerisce di ricostruire le mura di Parigi con tante vulve, narrando di Gargantua…etc.: “…le più grandi, e poi andando in su a schiena d’asino, con le mediane, e finalmente in cima le più piccole ” (Libro Secondo, cap.XV).
Saffo (640 a.C.), la grande lesbica, è stata portatrice di una vulva considerata la più bella di tutti i tempi.
In un libro intitolato “Il nome della cosa” (autore Ercole Scerbo) ha più nomi, perché in tanti l’hanno ri-nomata per nomarla diversamente.
La dea Indra potrebbe accarezzarne contemporaneamente 100 e farle godere, perché ha 100 braccia con altrettante mani.
L’attore cinematografico americano Gorge Raft ne ha penetrata ogni giorno una diversa, finchè ha potuto.
“Per una donna, il meglio di tutto è averla lunga e profonda che calzi come un guanto. E dovrebbe essere fornita di mille lombrichi o di qualche equivalente. Ce ne sono che potrebbero essere definite ridenti. Altre sono, invece, noiose, solenni e secche come un osso”:parole di uno scrittore noto ai cultori della letteratura erotica.
Denis Diderot (1713-1784) le ha narrate come “gioielli” resi “indiscreti” dalla influenza nefasta di un anello magico, donato da un “genio” burlone (Cucufa) a un sultano giocherellone (Mangogul) per far confessare alle donne i desideri impuri, gli affetti equivoci, le relazioni criminose, e tante cure per piacere, tanti artifici per impegnare, tanta destrezza per intrattenere, e l’impeto dei trasporti amorosi con i furori della gelosia.
Gli artisti in ogni tempo hanno raffigurato con dipinti, sculture e disegni: vulve con valve, vulve con labbra, vulve crateri, vulve fratture,vulve incrinature, vulve cicatrici, vulve fenditure, vulve fodere, vulve guaine, vulve custodie, vulve astucci, vulve caverne, vulve alvei, vulve tane, vulve grotte, vulve fornaci, vulve nicchie, vulve falle.
I lettori che hanno apprezzato ciò che ho scritto scrivendo della vulva, si apprestino appena possibile a prodigarsi senza posa per dare testimonianza del proprio ardore, ognuno alla vulva della partner in carica, in modo che il dolce furore femminino eguagli quello mascolino, con giocacchiamenti e imbriaccamenti del tipo narrato da Pietro Aretino (1492-1556): “…ponendo il fuso nella cavicchia, il, luccio nel serbatoio, la lima nel foro, il rosignolo ne la gabbia, il porro ne l’orticello, lo spirito nell’ampolla, il pennello ne lo scudellino del colore, il passerotto nel nido, la pala nel forno, il pestello nel mortaio, il roncone ne la siepe, il suggello ne la cera, la pugna ne la pasta, la guglia nel Coliseo, il cordone ne lo anello, il piantone nel fosso, lo stocco ne la guaina, il chiavistello ne l’uscio, il gonfiatolo ne la animella, lo stendardo ne la rocca”. Senza parlare “a la libera” dicendo cu…ca…fi..fo…, abbeverando il bracco a la tazza, oppure farlo beccare dalla pappera bella bellina pica piva angeletta, prima di piantarlo come giglio nell’orto.
Non venga in mente a nessuno di considerarsi ruolato per emulare Don Juan Tenorio “El burlador de Sevilla”, o Giacomo Casanova avventuriero e letterato veneziano: entrambi noti come collezionisti di vulve quanto pochi altri.
Il primo è un personaggio teatrale immortalato da Tirso de Molina (1571-1648), il secondo è persona realmente vissuta (1725-1798) che ha scritto un libro di memorie molto letto ancora oggi. La credulità popolare li suppone conoscitori (esperti) sopraffini della vulva, ma di nessuno dei due ci sono state rese note parole dette o scritte per magniFicarcela.
Don Juan ci risulta scopatore frettoloso e notturno, abitualmente: durante l’intera azione teatrale ha raporti una-tantum e sbrigativi con quattro donne (due con l’inganno, spacciandosi per altro uomo).
Giacomo Casanova si narra impegnato a scopare replicando ogni volta un esercizio opportuno, conveniente, lucroso, di servizio contingente. In alcune circostanze col soccorso della partner disinibita alla maniera di Marcolina: “…diede fondo alle risorse dell’arte veneziana. Riuscì presto a farmi rinascere e mi incoraggiò a soddisfare Mercurio”. Soccorso da una fantesca, invece, alle prese con donne di età matura: “Entrai in lizza e lavorai una mezz’ora grondando sudore e affaticando Semiramide senza riuscire a concludere. Mi vergognavo tuttavia di truffarla. Quanto a lei, vittima devota, mi asciugava la fronte, mentre l’ondina, che mi vedeva spossato, rianimava con stuzzicanti carezze che il contatto col vecchio corpo su cui lavoravo faceva svaporare. Alla fine dell’ora, mezzo morto e non potendone più, decisi di fingere d’aver raggiunto la meta simulando contorsioni che solitamente accompagnano il piacere”.
Don Juan Teneorio è stato generato dalla fantasia di un erudito spagnolo, Gabriel Tellez, divenuto scrittore col nome Tirso de Molina dopo aver scelto la vita monastica all’età di 29 anni, con un consistente “vissuto” personale destinato a essere tradotto in opere teatrali (300, quelle conosciute), farcito con confidenze ascoltate quasi certamente seduto nel confessionale.
Giacomo Casanova è stato generato, invece, da persone reali e ha scritto della vulva in tarda età, allorché non gli più stato possibile penetrarla agevolmente col suo “strumento” o “ arnese”, dopo aver trascorso la propria esistenza nel secolo e lei luoghi che hanno prodotto i “lumi” che avrebbero dato fuoco alle micce per l’esplosione della Rivoluzione Francese.
Chi deciderà di emulare Don Juan sappia che deve approcciare ogni vulva per eiacularvi incontinente, capricciosamente, senza inquietudini morali, senza memoria di altre vulve e col pensiero rivolto alla vulva successiva. “L’amore mi trascina secondo la mia naturale tendenza”, dice Don Juan Tenorio (terza giornata, scena VII). Tanto è vero che non sa che dire della vulva e non sa renderle omaggi con metafore eccellenti, caratterizzate da uno scarto d’immagine “grande”. Leggendo il testo di Tirso de Molina, infatti, soltanto nella battuta di un personaggio minore, il Marchese De La Mota (seconda giornata, scena XIII) la vulva ci risultano citate come segue: “Nella Strada della Serpe, dove vedrete Adamo innamorato come un portoghese di queste Eve che, in questa valle di lacrime, offrono frutta dorata con la quale ci cavan quattrini”: con evidente allusione a Eve portoghesi battone a Siviglia, dotate di vulve dorate, come tante altre vulve di tante altre Eve di ogni tempo e nazionalità fino ai nostri giorni. Dove “frutta dorata” ci risulta metafora poco eccellente, caratterizzata da uno scarto d’immagine “piccolo”.
Chi deciderà di emulare Giacomo Casanova, sappia che deve approcciare la vulva fantasticando altra vulva già approcciata con successo e mitizzando prodezze amatorie trascorse: “…lontano come nessun altro dalla dimensione tragica o romantica dell’amore”.
Durante l’amplesso non sia mai chiamata fica la vulva, con intenzioni volgari o spregiative. Sia nominata con metafore caratterizzate da uno scarto d’immagine “grande”, emulando i poeti e gli scrittori nei cui testi ci risulta nomata: Lady Jane, rosa fresca aulentissima, Topo Odoroso, apertura a forma di grano, Porta Preziosa di Giada, perla e conchiglia, Fessura di Cinabro d’Oro.
Sia ladro d’amore ogni uomo come nelle cinquanta strofe del canto di Bilhana, originario del Kasmir, poeta di corte presso il re Vikramaditya (1070-1127). Sappia pronunciare i 38 nomi diversi codificati in lingua araba dallo sceicco Muhammad An-Nafzawi ( ? – 1324) ne “Il Giardino Profumato” e scelga tra questi il nome che più di ogni altro definisca la vulva durante l’amplesso: sia umida carnosa e liscia / sia molto giovane, stretta e inviolata / sia con labbra sottili e lingua piccola / sia macina del membro che la penetra / sia insaziabile e predatrice / sia larga e profonda / sia con labbra lunghe e pendenti / sia crivello implacabile durante il coito / sia avvolgente desiderosa di essere penetrata ovunque / sia una massa prominente e compatta di carne e grasso / sia estesa fra le cosce dal pube all’ano / sia duellante, abile nel dare e parare i colpi / sia appassionatamente svergognata / sia spalancata e col fondo a perdita d’occhio / sia robusta e grassoccia / sia risucchiante e mordente:
Abbia costanza ogni uomo, in ogni età, nel desiderarsi referente possibile di vulve giovani, nell’accettarsi amante del tormento amoroso, memorizzando il testo poetico col quale concludo provvisoriamente questo testo.
Ninfea per trastulli
Nelle acque scure dell’oblio
Pertugio per l’Altrove
In ogni età agognato

novembre 7th, 2009 at 04:05
quello che stavo cercando, grazie