DELLA PAROLA FICA E D’ALTRO ATTINENTE

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La parola “fica”, feminilizzazione popolare della parola “fico”, rappresenta la più diffusa metafora linguistica italiana adottata per “nomare” l’organo sessuale femminile (membrum muliebre) parlando e scrivendo. 
Qualcuno ha scritto che si tratterebbe di un’antica metafora passata dal greco al latino come calco di “sykon”, “ficus”, che ha già in Aristofane il senso di “organo genitale femminile”, successivamente consolidatasi nella forma “fica” che è poi divenuta parola ricorrente in numerosi testi di letteratura erotica (poesia e prosa  ), a partire dal XIV secolo. 
In un testo d’autore anonimo intitolato “Prodigi della mona” risulta scritto: “Dalla fica son nati tanti eroi / regni, città, imperatori e regi, / e tanti e tanti monumenti egregi”. 
Annibal Caro (1507-1566) ha scritto: “Infelici color che ne son privi; / perocchè dove fica non si trova, / non vi posson durar uomini vivi”. 
Quasi certamente, tale metafora è stata dotata considerando il fico albero simbolo della fecondità e il suo frutto simulacro della “vulva” per la sua mollezza e appiccicosità, nel momento in cui la maturazione compiuta lo apre. 
D.H.Lawrence fa dire al guardiacaccia divenuto amante della “Lady”: “Si crede che una donna sia morbida come un fico, là in basso”. 
La variante “fika” è frequente nel linguaggio popolare parlato dagli abitanti della Val di Perle in Umbria, “figa” è una variante dialettale ricorrente nel linguaggio popolare di chi abita in Lombardia, come nel linguaggio popolare catalano in Spagna. 
La Nanna dell’Aretino (1492-1556) ragiona con l’Antonia (capricciosamente) dell’arte delle puttane sotto un ficaia. Una commedia della fica, intitolata “Carajicomedia”, è stata scritta in lingua spagnola da un Autore Anonimo nel secolo XV. Lo stesso secolo in cui un altro Autore Anonimo spagnolo ha scritto “Pleyto del manto” (disputa del mantello), dove un Procuratore del Cazzo e un Procuratore della Fica discutono sui rispettivi vantaggi dell’organo femminile e di quello maschile, parodiando una disputa teologica. 
Ficana è un luogo abitato del Lazio antico localizzato recentemente dagli archeologi sulla collina di Monte Cugno. Un “Vicolo della fica” risulta registrato a Roma nella Taxae Viarum del 15467. A Vienna fu scoperta nel 1751 una associazione libertina denominata “Confraternita del fico” (Freigenbrudershaft). Al comune di Ficano, in provincia di Macerata, fu concesso dal regime fascista nel 1929 di cambiare il nome in Poggio San Vicino. Non hanno mai chiesto di cambiare nome i comuni di Ficarazzi e Ficuzza (Palermo), Ficarra (Messina) e Ficarolo (Rovigo). 
Ficopoli è un luogo letterario che ha avuto per sindaco (e continua ad averlo) il Signor Beauflanquet, personaggio di “Al petalo di rosa Casa Turca”, atto unico di Guy de Moupassant (1850-1893), rappresentato a Parigi per la prima volta nel 1875. Con decreto di un Procuratoree della Repubblica italiana, un cognomato Ficarotta è stato autorizzato a cognomarsi Finardi. 
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L’ostracismo nei riguardi del sesso e i tabù, là dove la religione cattolica e il puritanesimo inibitorio e fobico hanno svantaggiato la libertà di espressione amorosa, costituiscono l’humus nel quale hanno germogliato e fruttificato le metafore, i sinonimi, gli eufemismi e i nomignoli, adottati per non pronunciare la parola “fica”, sia con linguaggio colto che con lingua plebea. 
E’  nomata “yoni” in India, “moslucm” e “hawai” in  Tahilandia, “inmon” in Giappone, “kuss” in lingua araba, “padma” negli scritti dei tantristi, “nefer” in un frammento poetico dell’antico Egitto, “nahed” nell’Egitto moderno. In latino si scrive “cunnus”, divenuto “cono” in  lingua spagnola, “cony” in lingua catalana, “con” in lingua francese, “cunt” in lingua inglese. In alcune regioni tedesche è indicata con la parola “buns”. Con tante altre parole è indicata in tante altre lingue, da chi s’inibisce a indicarla col nome più usato nel linguaggio parlato. 
In Brasile, per esempio, è nomata: buceta, perereca, perseguida, perequita, xoxota (sciosciota), passarinha, xixiu (sciusciù), babaca. Presso le tribù africane mashona e matabele, la parola totem ha anche il significato di vulva di mia sorella. In lingua croata è nomata picka o pizda. In polacco i diminutivi popolari di nomi femminili sono spesso usati al posto del nome generico “fica” (Zoska, Marysia).  Il diminutivo di nomi femminili è ricorrente anche in altre lingue. 
Per contrapposizione a “tondo” che allude al foro anale, in alcuni testi d’autori francesi ci risulta soprannominata “ovale” (dal latino ovum), oppure indicata con la parola “historia”. Sono esemplari in proposito i versi di un sonetto di S.Mallarmée: “…introdurmi nella tua storia / sarà da eroe spaventato…”. 
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Nei rapporti erotici, accettati come comportamenti del tutto puri e privi di peccaminosità, come doni da godere nella loro interezza , la “fica” è stata coltivata come “orto d’amore”, ambita come “trono del piacere”, attraversata come “porta tra le gambe”, considerata come “fonte di ogni delizia”: falla per il fallo, contrapunctum per il punctum, riga dorabile, divine ouverture, conca amorosa, bocca che non può mordere, bouche d’en bas, umido anello, solco voluttuoso, belle chose, reggia di Venere, adorabile fessura, porta del pudore, labirinto dell’umanità intera, farfalla di rosa (Lithosia rossa), conchiglia d’amore, grotta d’amore, la più segreta fra tutte le grazie, altare dell’amore, solco del piacere, porta del paradiso, porta segreta del piacere. 
La rosa delle rose, il freschissimo fiore del mio piacere, la rosa originale: per Gabriele d’Annunzio in una lettera datata 17 marzo 1888 e indirizzata a Barbara Leoni. 
Nei rapporti di puro servizio sessuale, in ogni tempo e luogo, è stata, invece, considerata “giacimento aurifero” da ogni sua portatrice, e come tale sfruttata e capitalizzata emulando Aspasia e Messalina, oppure Frine e Lajde, Danae e Glicera, Lamia a Gnatena, Leonzio e Mista, Targelia e Pitionice, storicizzate tutte come “etére” esemplari (puttane storiche impenitenti!). 
La Juliette di D.A:F: De Sade (1740-1814), archetipo di ogni altra Juliette postuma, così si esprime parlando a uno dei suoi partner sessuali: “Sono troppo puttana per prometterti fedeltà, tu sai che questo sentimento è inutile tra noi; non è affatto un amore che ti offro, è una fica”. 
La Conchita di P.Louys (1870-1925)  – il suo corpo flessuoso e lungo era tutto espressivo… sorrideva con le gambe e parlava col torso – spiata e sorpresa con altro amante dal suo innamorato stagonato reso “burattino”, dice: “La chitarra è mia, la suono a chi mi pare”. 
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Che la “fica” sia impersonale è già stato scritto da chi è convinto che la “fica” sia soltanto “fica” in modo assoluto, gioiello diderottiano che si autoreferenzia prezioso, malgrado il suo essere sostanzialmente effimero, tanto che il suo “amore” è tale indifferentemente per ogni Don Giovanni emulo del “Burlador de Se villa” teatralizzato da Tirso de Molina (1751-1648). 
Trascrivendo il pensiero di Guido Almansi, ruolato intromettitore per la lettura de “La passione dominante”, farcito con citazioni attinenti e digressioni opportune, ri-affermiamo che la “fica” è una “fica” e non ha bisogno di una portatrice di “fica” (di una ficofora) per dare alla funzione di donna un nome con una giusta connotazione sacrale. Nessuna Venere Pandemia potrà facilmente impossessarsi di una ”fica” e mettersela fra le gambe. Si direbbe, quasi, che la “fica” di una dea non possa avere locazione infra cosce mortali. 
Ci sono, però, donne con “fiche” umane che ci ricordano questa “fica” transumana: donne che con il loro avere una “fica” ed essere una “fica”, ci rammentano l’ampia panoramica della poesia lirica sulla bellezza del sesso e sulla bellezza della natura. Sono esemplari in proposito alcuni versi poco noti di Michelangiolo Buonarroti (1475-1564), notissimo come pittore e scultore, che estrapoliamo dal sonetto XCI indirizzato a Vittoria Colonna: “L’amor di quel ch’i parlo in alto loco aspira; / Donna, è dissimil troppo; e mal conviensi / Arder di quella al cor saggio e virile: / L’una tira al cielo, e l’altro in terra tira: / Nell’alma l’un, l’altro abita ne’ sensi, / E l’arco tira a cose basse e vili”. 
E’ stato scritto che “Se c’è la fica c’è Dio”, poiché “Solo lui poteva inventare una cosa così / che piace a tutti a tutti / in ogni luogo”: Lo ha scritto Cesare Zavattini nel suo dialetto originario, scrivendo anche altro per un componimento poetico intitolato ”Diu”. 
La “fica” sta a monte, a valle e in ogni altrove di numerosi testi poetici e letterari d’autori d’ogni epoca e luogo. E’ stato ipotizzato che gli antichi trobadori girovaghi, a caccia dell’ispirazione per nuove canzoni popolari, possano essere stati folgorati all’improvviso e frequentemente, appena girato l’angolo, dall’incontro con la figura di una donna seduta a gambe aperte e dall’ombra scura fra le sue cosce: la “fica”. 
Inequivocabile, invece, ci risulta il linguaggio dei poeti burleschi, coevi e postumi di Antonio Cammelli detto Il Pistoia (1436-1502), autore di: “Nel bosco ombroso di Monteficale / Coniglion se ritrova alla collina / il quale con Monteritondo confina / alla distanza d’un piccol canale”. 
Nei dizionari la parola ”fica” è stata inclusa recentemente come termine del linguaggio triviale: La seguono: Ficagione, Focàio, Ficàttola, Ficazòne, Ficazzòla. La “voce” più ricca di citazioni letterarie e poetiche è quella inclusa nel Grande Dizionario della Lingua Italia di Salvatore Battaglia (vol. V) edito dalla Utet. 
(Riscrittura di un testo pubblicato nel libro “Carmina Vulvae” edito da Svolta/Iles Célèbes – Bologna/Genere 2001, pp.91-96. Copyright Enzo Rossi-Ròiss)

DELLA FICA PROVERBIATA 
(versione in lingua italiana di proverbi in lingue dialettali salentine)

- La fica bella giova all’uccello. 
- Il più stupido degli uccelli si mangia la fica migliore. 
- A chi non piace il vino e la figa, il Signore lo castiga. 
- La cima inarrivabile porta la fica migliore. 
- L’asino che assaggia la fica, lascia il vizio quando muore. 
- L’Asino si accosta alla fica bassa. 
- La fica non raccolta si raggrinzisce. 
- Raccogli ogni giorno l’oliva e la fica, se vuoi cacciar via la fatica. 
- La fica non fila e non tesse, ma il giorno di Pasqua esce vestita. 
- La fica ne fa e la fica ne consuma. 
- La fica bisaccia e la fica aggredita, ti cacciano via da questa vita. 
- Fuoco di fica non emette fiamma. 
- Fumo di fica, fumo che soffoca. 
- Il latte di pecora quaglia con quello della fica. 
- Legna della fica, pane ammuffito e vino reso aceto, fanno la casa. 
- La migliore fica del paniere se la mangiano i vermi. 
- La migliore fica se la mangia la formica. 
- Povera fica mia, l’ha bucata l’uccello! 
- “Tu cadi come me”, disse la fica al fico fiorone. 
- Non c’è piatto migliore della fica. 
- Per due cose si fatica: per la pancia e per la fica. 
- Quando matura la fica, il melone va ad impiccarsi. 
- Sette sono i bocconi: carne, pesce e maccheroni, uova fresche, ricotta fritta, cazzo duro e fica stretta. 
- Tira più il pelo della fica che una pariglia di buoi. 
- Tre cose caratterizzano la fica fracazzana: pelle rotta, collo storto d’impiccato e lacrime di puttana. 
- Chi mischia culo e figa, il Signore lo castiga. 
- Chi non ha chiavato una ragazza amica, non sa cos’è la fica. 
- Il  giorno di San Vito, ogni fica vuole un marito. 
- Fica mangia e fica innesta. 
- La fica manipolata si ammorbidisce. 
- La fica molto tastata, sembra fica maturata. 
- La fica non fa datteri. 
- La fica vuole acqua e il pesce persico vino. 
- Fica bassa e oliva alta. 
- Inferno e fica non si saziano mai. 
- Gioco, taverna e fica ti consumano la mollica.

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