SIC! IN FACEBOOK

novembre 18th, 2009

Anita Tania Giuga – La terra la si percorre come un sesso, la si trivella e bombarda, la si circoscrive con frontiere e linee e pieghe. Come il sesso di una femmina

Di Pietro Nicolò – u.. minchia …ma la terra gradisce …?? noo..!! ma forse …! si un pò …! basta ararla nel modo giusto …?

Salvo Sten Iraci – Quale grado di parentela o affinità è più appropriato?

Marco Neri -… si bombarda anche ?

Di Pietro Nicolò – cosa c’entra la madre col sesso arato ???

Salvo  Sten Iraci – Quale grado di parentela o affinità è più appropriato ?

AAA CERCASI

ottobre 27th, 2009

AAA cercasi portatrice sana di emozioni condivisibili per la produzione di stupori poetabili a futura memoria di amorosità reciproche godute e indescrivibili.

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MESSAGGIO MIRATO AD PERSONAM

ottobre 25th, 2009

Tutto ha avuto inizio facebookamiciziando. Auspico la sfacebookamiciziazione in progress del nostro rapporto, anelando facebookabbracciamenti forieri di facebookopulazioni totali  e straordinarie.  Intendo condurre il mio “kuen-tou” a caccia delle farfalle che lo guideranno fin dentro la tua “yu-kuan”:… il tuo meato adornato di gioielli facebookorgasmanti.

DELLA PAROLA FICA E D’ALTRO ATTINENTE

ottobre 7th, 2009

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La parola “fica”, femminilizzazione popolare della parola “fico”, rappresenta la più diffusa metafora linguistica italiana adottata per “nomare” l’organo sessuale femminile (membrum muliebre) parlando e scrivendo.
Qualcuno ha scritto che si tratterebbe di un’antica metafora passata dal greco al latino come calco di “sykon”, “ficus”, che ha già in Aristofane il senso di “organo genitale femminile”, successivamente consolidatasi nella forma “fica” che è poi divenuta parola ricorrente in numerosi testi di letteratura erotica (poesia e prosa  ), a partire dal XIV secolo.
In un testo d’autore anonimo intitolato “Prodigi della mona” risulta scritto: “Dalla fica son nati tanti eroi / regni, città, imperatori e regi, / e tanti e tanti monumenti egregi”.
Annibal Caro (1507-1566) ha scritto: “Infelici color che ne son privi; / perché dove fica non si trova, / non vi posson durar uomini vivi”.
Quasi certamente, tale metafora è stata dotata considerando il fico albero simbolo della fecondità e il suo frutto simulacro della “vulva” per la sua mollezza e appiccicosità, nel momento in cui la maturazione compiuta lo apre.
D.H.Lawrence fa dire al guardiacaccia divenuto amante della “Lady”: “Si crede che una donna sia morbida come un fico, là in basso”.
La variante “fika” è frequente nel linguaggio popolare parlato dagli abitanti della Val di Perle in Umbria, “figa” è una variante dialettale ricorrente nel linguaggio popolare di chi abita in Lombardia, come nel linguaggio popolare catalano in Spagna.
La Nanna dell’Aretino (1492-1556) ragiona con l’Antonia (capricciosamente) dell’arte delle puttane sotto un ficaia. Una commedia della fica, intitolata “Carajicomedia”, è stata scritta in lingua spagnola da un Autore Anonimo nel secolo XV. Lo stesso secolo in cui un altro Autore Anonimo spagnolo ha scritto “Pleyto del manto” (disputa del mantello), dove un Procuratore del Cazzo e un Procuratore della Fica discutono sui rispettivi vantaggi dell’organo femminile e di quello maschile, parodiando una disputa teologica.
Ficana è un luogo abitato del Lazio antico localizzato recentemente dagli archeologi sulla collina di Monte Cugno. Un “Vicolo della fica” risulta registrato a Roma nella Taxae Viarum del 15467. A Vienna fu scoperta nel 1751 una associazione libertina denominata “Confraternita del fico” (Freigenbrudershaft). Al comune di Ficano, in provincia di Macerata, fu concesso dal regime fascista nel 1929 di cambiare il nome in Poggio San Vicino. Non hanno mai chiesto di cambiare nome i comuni di Ficarazzi e Ficuzza (Palermo), Ficarra (Messina) e Ficarolo (Rovigo).
Ficopoli è un luogo letterario che ha avuto per sindaco (e continua ad averlo) il Signor Beauflanquet, personaggio di “Al petalo di rosa Casa Turca”, atto unico di Guy de Moupassant (1850-1893), rappresentato a Parigi per la prima volta nel 1875. Con decreto di un Procuratoree della Repubblica italiana, un cognomato Ficarotta è stato autorizzato a cognomarsi Finardi.

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L’ostracismo nei riguardi del sesso e i tabù, là dove la religione cattolica e il puritanesimo inibitorio e fobico hanno svantaggiato la libertà di espressione amorosa, costituiscono l’humus nel quale hanno germogliato e fruttificato le metafore, i sinonimi, gli eufemismi e i nomignoli, adottati per non pronunciare la parola “fica”, sia con linguaggio colto che con lingua plebea.
E’  nomata “yoni” in India, “moslucm” e “hawai” in  Tahilandia, “inmon” in Giappone, “kuss” in lingua araba, “padma” negli scritti dei tantristi, “nefer” in un frammento poetico dell’antico Egitto, “nahed” nell’Egitto moderno. In latino si scrive “cunnus”, divenuto “cono” in  lingua spagnola, “cony” in lingua catalana, “con” in lingua francese, “cunt” in lingua inglese. In alcune regioni tedesche è indicata con la parola “buns”. Con tante altre parole è indicata in tante altre lingue, da chi s’inibisce a indicarla col nome più usato nel linguaggio parlato.
In Brasile, per esempio, è nomata: buceta, perereca, perseguida, perequita, xoxota (sciosciota),passarinha, xixiu (sciusciù), babaca. Presso le tribù africane mashona e matabele, la parolatotem ha anche il significato di vulva di mia sorella. In lingua croata è nomata picka o pizda. In polacco i diminutivi popolari di nomi femminili sono spesso usati al posto del nome generico “fica” (Zoska, Marysia).  Il diminutivo di nomi femminili è ricorrente anche in altre lingue. 
Per contrapposizione a “tondo” che allude al foro anale, in alcuni testi d’autori francesi ci risulta soprannominata “ovale” (dal latino ovum), oppure indicata con la parola “historia”. Sono esemplari in proposito i versi di un sonetto di S.Mallarmée: “…introdurmi nella tua storia / sarà da eroe spaventato…”.

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Nei rapporti erotici, accettati come comportamenti del tutto puri e privi di peccaminosità, come doni da godere nella loro interezza , la “fica” è stata coltivata come “orto d’amore”, ambita come “trono del piacere”, attraversata come “porta tra le gambe”, considerata come “fonte di ogni delizia”: falla per il fallo, contrapunctum per il punctum, riga dorabile, divine ouverture, conca amorosa, bocca che non può mordere, bouche d’en bas, umido anello, solco voluttuoso, belle chose, reggia di Venere, adorabile fessura, porta del pudore, labirinto dell’umanità intera, farfalla di rosa (Lithosia rossa), conchiglia d’amore, grotta d’amore, la più segreta fra tutte le grazie, altare dell’amore, solco del piacere, porta del paradiso, porta segreta del piacere.
La rosa delle rose, il freschissimo fiore del mio piacere, la rosa originale: per Gabriele d’Annunzio in una lettera datata 17 marzo 1888 e indirizzata a Barbara Leoni.
Nei rapporti di puro servizio sessuale, in ogni tempo e luogo, è stata, invece, considerata “giacimento aurifero” da ogni sua portatrice, e come tale sfruttata e capitalizzata emulando Aspasia e Messalina, oppure Frine e Lajde, Danae e Glicera, Lamia a Gnatena, Leonzio e Mista, Targelia e Pitionice, storicizzate tutte come “etére” esemplari (puttane storiche impenitenti!).
La Juliette di D.A:F: De Sade (1740-1814), archetipo di ogni altra Juliette postuma, così si esprime parlando a uno dei suoi partner sessuali: “Sono troppo puttana per prometterti fedeltà, tu sai che questo sentimento è inutile tra noi; non è affatto un amore che ti offro, è una fica”.
La Conchita di P.Louys (1870-1925)  - il suo corpo flessuoso e lungo era tutto espressivo…sorrideva con le gambe e parlava col torso - spiata e sorpresa con altro amante dal suo innamorato stagonato reso “burattino”, dice: “La chitarra è mia, la suono a chi mi pare”.

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Che la “fica” sia impersonale è già stato scritto da chi è convinto che la “fica” sia soltanto “fica” in modo assoluto, gioiello diderottiano che si autoreferenzia prezioso, malgrado il suo essere sostanzialmente effimero, tanto che il suo “amore” è tale indifferentemente per ogni Don Giovanni emulo del “Burlador de Se villa” teatralizzato da Tirso de Molina (1751-1648).
Trascrivendo il pensiero di Guido Almansi, ruolato intromettitore per la lettura de “La passione dominante”, farcito con citazioni attinenti e digressioni opportune, ri-affermiamo che la “fica” è una “fica” e non ha bisogno di una portatrice di “fica” (di una ficofora) per dare alla funzione di donna un nome con una giusta connotazione sacrale. Nessuna Venere Pandemia potrà facilmente impossessarsi di una ”fica” e mettersela fra le gambe. Si direbbe, quasi, che la “fica” di una dea non possa avere locazione infra cosce mortali.
Ci sono, però, donne con “fiche” umane che ci ricordano questa “fica” transumana: donne che con il loro avere una “fica” ed essere una “fica”, ci rammentano l’ampia panoramica della poesia lirica sulla bellezza del sesso e sulla bellezza della natura. Sono esemplari in proposito alcuni versi poco noti di Michelangiolo Buonarroti (1475-1564), notissimo come pittore e scultore, che estrapoliamo dal sonetto XCI indirizzato a Vittoria Colonna: “L’amor di quel ch’i parlo in alto loco aspira; / Donna, è dissimil troppo; e mal conviensi / Arder di quella al cor saggio e virile: / L’una tira al cielo, e l’altro in terra tira: / Nell’alma l’un, l’altro abita ne’ sensi, / E l’arco tira a cose basse e vili”.
E’ stato scritto che “Se c’è la fica c’è Dio”, poiché “Solo lui poteva inventare una cosa così / che piace a tutti a tutti / in ogni luogo”: Lo ha scritto Cesare Zavattini nel suo dialetto originario, scrivendo anche altro per un componimento poetico intitolato ”Diu”.
La “fica” sta a monte, a valle e in ogni altrove di numerosi testi poetici e letterari d’autori d’ogni epoca e luogo. E’ stato ipotizzato che gli antichi trobadori girovaghi, a caccia dell’ispirazione per nuove canzoni popolari, possano essere stati folgorati all’improvviso e frequentemente, appena girato l’angolo, dall’incontro con la figura di una donna seduta a gambe aperte e dall’ombra scura fra le sue cosce: la “fica”.
Inequivocabile, invece, ci risulta il linguaggio dei poeti burleschi, coevi e postumi di Antonio Cammelli detto Il Pistoia (1436-1502), autore di: “Nel bosco ombroso di Monteficale / Coniglion se ritrova alla collina / il quale con Monteritondo confina / alla distanza d’un piccol canale”.
Nei dizionari la parola ”fica” è stata inclusa recentemente come termine del linguaggio triviale: La seguono: Ficagione, Focàio, Ficàttola, Ficazòne, Ficazzòla. La “voce” più ricca di citazioni letterarie e poetiche è quella inclusa nel Grande Dizionario della Lingua Italia di Salvatore Battaglia (vol. V) edito dalla Utet.
(Riscrittura di un testo pubblicato nel libro “Carmina Vulvae” edito da Svolta/Iles Célèbes – Bologna/Genere 2001, pp.91-96. Copyright Enzo Rossi-Ròiss)

 

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DELLE VULVE ICONIZZATE IN VULVARIO

ottobre 2nd, 2009

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Le vulve webizzate nel sito Vulvario saranno sempre più numerose. Potranno essere visionate singolarmente, oppure in toto come icone memoriali e memorabili. Ognuna uguale a se stessa e diversa da ogni altra, reali e simulacri: a una, a due, a tre dimensioni. Dischiuse, aperte, spalancate, comode, scomode, reattive, passive, strette, larghe, glabre, pelose, polpute, smagrite, asciutte, bagnate, profonde, adolescenti, giovani, menopausate, comunque voluttuose, indomate da se stesse. Anche con inclusioni materiche “autre” sopra, dentro, fuori, attraverso (eventualmente!).
Si tratta di vulve che nelle narrazioni del cinese Li Yu (1611-1681) sono grotte nelle quali è possibile praticare il gioco del vento e della luna, per procurare e procurarci l’indicibile piacere della nuvola che scoppia.
Una collezione di vulve delle quali Apollinaire (1880-1918) redivivo distinguerebbe i più sottili viticci del vello e li versificherebbe, decantandoli come quelli della sua Madeleine.
Si tratta di aperture attraverso le quali l’uomo s’introduce nei castelli della goduria panica che non fa incanutire prematuramente e dove è consentito ringiovanire durante più anni della nostra vita.
Sono icone della visualità laica contemporanea permeate di sacralità cattolica e contengono una carica simbolica la cui deflagrazione può rallegrare come fuoco d’artificio, oppure rattristare come ciò che causa di lutti e rovine.
“Ci si perde, ci si inabissa, ci si annienta nell’esaminare una vulva quando è graziosa, si vorrebbe non essere altro che un fallo per potersi fare inghiottire”, si può leggere in “Don Bougre, portiere dei certosini”, edito nel 1740:
Si tratta, perciò, anche di avallamenti coperti da rada erbetta o fitti cespugli.
Si tratta di labbra per il suono di strumenti lanceolati.
Si tratta di solchi tracciati tra cosce polpute nei quali è possibile seminare e far germogliare tanto yang.
Si tratta di crateri che possono eruttare copiosamente tanto yin.
Si tratta di panieri donneschi nei quali possiamo radunare tutta la nostra mascolinità.
Si tratta di ciò che rappresenta il segno YEH della scrittura cinese che simbolizza la “porta” e la “affermazione” dell’essere.
Si tratta di ciò che simbolizza la dea indiana Shakti, parte centrale del corpo femminile nomata jangana.
Si tratta di ciò che non subisce variazioni, per quanto riguarda forma e volume, nel corso della giornata, come accade invece agli organi corrispondenti maschili.
Krishna, a qualsiasi ora del giorno o della notte, vi ha introdotto eroicamente, vitanaturaldurante, la sua parte carnale (charnelle) senza badare all’età della portatrice: bambina, sposa, madre, nonna.
Rabelais (1494-1553) suggerisce di ricostruire le mura di Parigi con tante vulve, narrando di Gargantua…etc.: “…le più grandi, e poi andando in su a schiena d’asino, con le mediane, e finalmente in cima le più piccole ” (Libro Secondo, cap.XV).
Saffo (640 a.C.), la grande lesbica, è stata portatrice di una vulva considerata la più bella di tutti i tempi.
In un libro intitolato “Il nome della cosa” (autore Ercole Scerbo) ha più nomi, perché in tanti l’hanno ri-nomata per nomarla diversamente.
La dea Indra potrebbe accarezzarne contemporaneamente 100 e farle godere, perché ha 100 braccia con altrettante mani.
L’attore cinematografico americano Gorge Raft ne ha penetrata ogni giorno una diversa, finchè ha potuto.

“Per una donna, il meglio di tutto è averla lunga e profonda che calzi come un guanto. E dovrebbe essere fornita di mille lombrichi o di qualche equivalente. Ce ne sono che potrebbero essere definite ridenti. Altre sono, invece, noiose, solenni e secche come un osso”: parole di uno scrittore noto ai cultori della letteratura erotica.
Denis Diderot (1713-1784) le ha narrate come “gioielli” resi “indiscreti” dalla influenza nefasta di un anello magico, donato da un “genio” burlone (Cucufa) a un sultano giocherellone (Mangogul) per far confessare alle donne i desideri impuri, gli affetti equivoci, le relazioni criminose, e tante cure per piacere, tanti artifici per impegnare, tanta destrezza per intrattenere, e l’impeto dei trasporti amorosi con i furori della gelosia.
Gli artisti in ogni tempo hanno raffigurato con dipinti, sculture e disegni: vulve con valve, vulve con labbra, vulve crateri, vulve fratture,vulve incrinature, vulve cicatrici, vulve fenditure, vulve fodere, vulve guaine, vulve custodie, vulve astucci, vulve caverne, vulve alvei, vulve tane, vulve grotte, vulve fornaci, vulve nicchie, vulve falle.

I lettori che hanno apprezzato ciò che ho scritto scrivendo della vulva, si apprestino appena possibile a prodigarsi senza posa per dare  testimonianza del proprio ardore, ognuno alla vulva della partner in carica, in modo che il dolce furore femminino eguagli quello mascolino, con giocacchiamenti e imbriaccamenti del tipo narrato da Pietro Aretino (1492-1556): “…ponendo il fuso nella cavicchia, il, luccio nel serbatoio, la lima nel foro, il rosignolo ne la gabbia, il porro ne l’orticello, lo spirito nell’ampolla, il pennello ne lo scudellino del colore, il passerotto nel nido, la pala nel forno, il pestello nel mortaio, il roncone ne la siepe, il suggello ne la cera, la pugna ne la pasta, la guglia nel Coliseo, il cordone ne lo anello, il piantone nel fosso, lo stocco ne la guaina, il chiavistello ne l’uscio, il gonfiatolo ne la animella, lo stendardo ne la rocca”. Senza parlare “a la libera” dicendo cu…ca…fi..fo…, abbeverando il bracco a la tazza, oppure farlo beccare dalla pappera bella bellina pica piva angeletta, prima di piantarlo come giglio nell’orto.

Non venga in mente a nessuno di considerarsi ruolato per emulare Don Juan Tenorio “El burlador de Sevilla”, o Giacomo Casanova avventuriero e letterato veneziano: entrambi noti come collezionisti di vulve quanto pochi altri.
Il primo è un personaggio teatrale immortalato da Tirso de Molina (1571-1648), il secondo è persona realmente vissuta (1725-1798) che ha scritto un libro di memorie molto letto ancora oggi. La credulità popolare li suppone conoscitori (esperti) sopraffini della vulva, ma di nessuno dei due ci sono state rese note parole dette o scritte per magniFicarcela.
Don Juan ci risulta scopatore frettoloso e notturno, abitualmente: durante l’intera azione teatrale ha raporti una-tantum e sbrigativi  con quattro donne (due con l’inganno, spacciandosi per altro uomo).
Giacomo Casanova si narra impegnato a scopare replicando ogni volta un esercizio opportuno, conveniente, lucroso, di servizio contingente. In alcune circostanze col soccorso della partner disinibita alla maniera di Marcolina: “…diede fondo alle risorse dell’arte veneziana. Riuscì presto a farmi rinascere e mi incoraggiò a soddisfare Mercurio”. Soccorso da una fantesca, invece, alle prese con donne di età matura: “Entrai in lizza  e lavorai una mezz’ora grondando sudore e affaticando Semiramide senza riuscire a concludere. Mi vergognavo tuttavia di truffarla. Quanto a lei, vittima devota, mi asciugava la fronte, mentre l’ondina, che mi vedeva spossato, rianimava con stuzzicanti carezze che il contatto col vecchio corpo su cui lavoravo faceva svaporare. Alla fine dell’ora, mezzo morto e non potendone più, decisi di fingere d’aver raggiunto la meta simulando contorsioni che solitamente accompagnano il piacere”.
Don Juan Teneorio è stato generato dalla fantasia di un erudito spagnolo, Gabriel Tellez, divenuto scrittore col nome Tirso de Molina dopo aver scelto la vita monastica all’età di 29 anni, con un consistente “vissuto” personale destinato a essere tradotto in opere teatrali (300, quelle conosciute), farcito con confidenze ascoltate quasi certamente seduto nel confessionale.
Giacomo Casanova è stato generato, invece, da persone reali e ha scritto della vulva in tarda età, allorché non gli più stato possibile penetrarla agevolmente col suo “strumento” o “ arnese”, dopo aver trascorso la propria esistenza nel secolo e lei luoghi che hanno prodotto i “lumi” che avrebbero dato fuoco alle micce per l’esplosione della Rivoluzione Francese.
Chi deciderà di emulare Don Juan sappia che deve approcciare ogni vulva per eiacularvi incontinente, capricciosamente, senza inquietudini morali, senza memoria di altre vulve e col pensiero rivolto alla vulva successiva. “L’amore mi trascina secondo la mia naturale tendenza”, dice Don Juan Tenorio (terza giornata, scena VII). Tanto è vero che non sa che dire della vulva e non sa renderle omaggi con metafore eccellenti, caratterizzate da uno scarto d’immagine “grande”. Leggendo il testo di Tirso de Molina, infatti, soltanto nella battuta di un personaggio minore, il Marchese De La Mota (seconda giornata, scena XIII) la vulva ci risultano citate come segue: “Nella Strada della Serpe, dove vedrete Adamo innamorato come un portoghese di queste Eve che, in questa valle di lacrime, offrono frutta dorata con la quale ci cavan quattrini”: con evidente allusione a Eve portoghesi battone a Siviglia, dotate di vulve dorate, come tante altre vulve di tante altre Eve di ogni tempo e nazionalità fino ai nostri giorni. Dove “frutta dorata” ci risulta metafora poco eccellente, caratterizzata da uno scarto d’immagine “piccolo”.
Chi deciderà di emulare Giacomo Casanova, sappia che deve approcciare la vulva fantasticando altra vulva già approcciata con successo e mitizzando prodezze amatorie trascorse: “…lontano come nessun altro dalla dimensione tragica o romantica dell’amore”.

Durante l’amplesso non sia mai chiamata fica la vulva, con intenzioni volgari o spregiative. Sia nominata con metafore caratterizzate da uno scarto d’immagine “grande”, emulando i poeti e gli scrittori nei cui testi ci risulta nomata: Lady Jane, rosa fresca aulentissima, Topo Odoroso, apertura a forma di grano, Porta Preziosa di Giada, perla e conchiglia, Fessura di Cinabro d’Oro.
Sia ladro d’amore ogni uomo come nelle cinquanta strofe del canto di Bilhana, originario del Kasmir, poeta di corte presso il re Vikramaditya (1070-1127). Sappia pronunciare i 38 nomi diversi codificati in lingua araba dallo sceicco Muhammad An-Nafzawi ( ? – 1324) ne “Il Giardino Profumato” e scelga tra questi il nome che più di ogni altro definisca la vulva durante l’amplesso: sia umida carnosa e liscia / sia molto giovane, stretta e inviolata / sia con labbra sottili e lingua piccola / sia macina del membro che la penetra / sia insaziabile e predatrice / sia larga e profonda / sia con labbra lunghe e pendenti / sia crivello implacabile durante il coito / sia avvolgente desiderosa  di essere penetrata ovunque / sia una massa prominente e compatta di carne e grasso / sia estesa fra le cosce dal pube all’ano / sia duellante, abile nel dare e parare i colpi / sia appassionatamente svergognata / sia spalancata e col fondo a perdita d’occhio / sia robusta e grassoccia / sia risucchiante e mordente:

Abbia costanza ogni uomo, in ogni età,  nel desiderarsi referente possibile di vulve giovani, nell’accettarsi amante del tormento amoroso, memorizzando il testo poetico col quale concludo provvisoriamente questo testo.

La tua fica sia per me
Ninfea per trastulli
Nelle acqua oscure dell’oblio
Pertugio per l’Altrove
In ogni età agognato

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DELLA COLLOCAZIONE VARIABILE DELLA VULVA

ottobre 2nd, 2009

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Dal manuale cinese “Su-nu-miaolun “ (Ammirevoli discorsi dell’Imperatore Giallo e della Fanciulla Semplice), edizione illustrata apparsa durante l’èra Bun-roku 1592-1596: composto con frammenti di manuali antichi quali il “Su-nuching” e il “Tung-hsuan-tzù”.

L’Imperatore domandò: In che consiste la differenza tra la vulva alta, media e bassa?
La Fanciulla Semplice rispose: La bontà della vulva non dipende dalla sua ubicazione ma dall’uso che se ne fa. Le vulve, poste in alto, in mezzo o in basso hanno tutte qualità desiderabili, purchè si sappia in che modo servirsene convenientemente. La donna la cui vulva è posta nel mezzo (cioè a metà strada fra il monte di Venere e l’ano) è adatta perché con lei ci si congiunge durante tutte e quattro le stagioni dell’anno e per mettere in scena con lei tutte le figure dell’amore. Infatti (anche nelle donne) la cosa migliore è il giusto mezzo. La donna la cui vulva è posta più in alto sul davanti è adatta alle fredde notti invernali. Con lei infatti l’uomo può unirsi sotto le coperte ricamate dal letto quadrato, giacendo sopra di lei. La donna la cui vulva è posta più in basso e in posizione più arretrata è adatta soprattutto alla calura estiva. Con lei infatti l’uomo può unirsi stando seduto su un sedile di pietra all’ombra dei bambù, introducendo il pene da dietro, mentre lei starà ginocchioni piegata davanti a lui. Ciò si chiama utilizzare i particolari vantaggi della conformazione propria della donna con cui ci si accoppia.
("La vita sessuale nell’antica Cina" di R.H. van Gulik, Ed. Adelphi 1987)

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